Vittime di violenza

Dopo l’abuso, storie di resistenza: unione tra parrocchia e White Mathilda

Le esperienze di Marta e Giulia, donne che hanno trovato il coraggio di denunciare.

Dopo l’abuso, storie di resistenza: unione tra parrocchia e White Mathilda

In un incontro tenutosi nella chiesa dei Ss. Pietro e Paolo a Desio, si è discusso di violenza e resilienza, grazie all’iniziativa promossa da White Mathilda, rappresentata da Luisa Oliva. L’evento ha visto la partecipazione del prevosto, don Mauro Barlassina, e della vicesindaca di Desio, Jennifer Moro.

Storie di violenza e coraggio

Marta, 38 anni e divorziata da quattro, ha condiviso la sua esperienza di vita accanto a un marito oppressivo: “Più cercavo di trovare il mio spazio, più lui si sentiva minacciato”. Durante l’incontro, Marta ha raccontato: “Ero la sua ‘donna ombra’. Non dovevo esistere, non dovevo parlare troppo o mi sgridava. Lavorava sempre, mentre io ero a casa. Mi diceva: ‘Penso a tutto io’. Non mi rendevo conto di essere imprigionata. Dovevo renderlo felice, ma io non ero felice”. Cresciuta in un’educazione cattolica, Marta ha compreso che il suo ruolo era stato frainteso: “Pensavo fosse normale come mi trattava, ma la religione non insegna questo. Prima vengono il rispetto e la libertà dell’altro”.

Il supporto del centro antiviolenza

Spinta da un amico, Alberto Rossi, sindaco di Seregno, Marta si è rivolta al centro antiviolenza di White Mathilda. Qui ha riconosciuto la violenza subita e ha deciso di lasciare il marito. “Riprendere in mano la mia vita dopo la separazione è stato difficile: non avevo un posto dove stare, né soldi, e mi sentivo abbandonata. Ma non mi pento, perché sono tornata a respirare”.

Giulia, una storia di abusi familiari

Giulia, 25 anni e studentessa di Matematica, ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia di abusi subiti dallo zio, una guardia carceraria. “Ho una vita davanti e la mia storia è importante. Devo raccontarla. E, voi, ascoltatela”. Fino ai vent’anni, ha sofferto in silenzio, ma alla fine ha denunciato il familiare, ora in carcere. “Mio zio aveva creato un regime del terrore: mia madre e le mie cugine erano vittime come me. Ci puntava contro la pistola e noi non denunciavamo, perché avevamo paura di lui”. Giulia ha anche lottato contro l’anoressia, desiderando “farmi brutta per lui. Volevo sparire”. Ricoverata al Niguarda di Milano in gravi condizioni, ha trovato supporto in White Mathilda. Grazie alle conversazioni con l’avvocata Raffaella Ruggeri, è riuscita a uscire dal tunnel e a stare lontana dal suo abusatore. Il 12 febbraio 2026, l’uomo è stato condannato, e Giulia ha affermato: “A me è stato riconosciuto tutto il dolore che ho provato”.